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giovedì 25 luglio 2013

I due cucchiai di marmellata...

Ero in quarta elementare. Avevo nove anni. I miei nonni si erano spostati nella casa di campagna, e io e mia madre restammo nell'enorme casa in città, quella patriarcale. Avevamo tre camere da letto, due bagni, di cui uno interamente decorato con accessori color arancione, un salone enorme con un lampadario che avrebbe fatto invidia al Titanic, un'anticamera, una cucina spaziosa, due balconi, e uno sgabuzzino.

Il corridoio ricordava tantissimo quello del film Shining. Spesso, per attraversarlo tutto, accendevo le luci ovunque. Alcune volte correvo in camera di mia nonna, recuperavo una Bibbia e percorrevo quel lungo tratto con gli occhi chiusi, facendomi forza e senza accendere le luci. Quando arrivavo in cucina chiudevo immediatamente la porta e mi armavo di telecomando. Mi sedevo senza mai dare le spalle alle porte o finestre. Questa è un'abitudine che mi è rimasta. Affronto le mie paure faccia a faccia.

La casa era troppo grande per noi, ed era altamente costoso mantenerla. Non ricordo se ci fosse anche mio zio, ma ricordo che dovemmo andarcene perché le spese erano troppo alte.

Un giorno, un mattino, mi preparavo per andare a scuola. Chiesi a mia madre cosa ci fosse per la merenda delle 11:15. Mi rispose:
"Figlio mio, non ho potuto comprare nulla, è rimasta solo un po' di marmellata, ti posso fare un panino con quella...".
Io odiavo la marmellata. Specialmente quella rossa. Non ho mai capito la necessità di zuccherare così tanto la frutta. Odiavo i pezzi di polpa, anche nello yogurt. Odiavo quei semini che si incastravano ovunque. Odiavo il gusto forte che mi faceva sudare la lingua.

Mia madre invece impazziva per le mele. Ogni sera ne mangiava una, e come tradizione, ne conservava i semi. Perché mia nonna poi, con quei semi, preparava il liquore. "È uguale all'Amaretto di Saronno" dicevano. Io non sapevo nemmeno cosa o chi fosse Saronno.

L'unica marmellata che mangiavo era quella di mele cotogne preparata da mia nonna, perché era filante e simile al miele, quello densissimo. Quella era buona. Molto buona.

Così, andai a scuola. Arrivò l'ora della ricreazione. Ero li, in un angolo, a farmi gli affari miei e a cercare di mangiare quel panino che mia madre mi aveva preparato. Da piccolo ero spesso soggetto ad attacchi di bullismo, sia perché studiavo danza classica, sia perché era facile prendersi gioco di me, visto che non mi difendevo mai. Mi deridevano, alcune volte usavano le mani, mi prendevano a schiaffi all'uscita, nel bus, in bagno. Mi rubavano la ricreazione, i pennarelli, i miei pastelli. Si divertivano a strappare le pagine del mio diario. Io già scrivevo a quei tempi.

Anche questa volta, un compagno si avvicinò a me insieme ai suoi amici. Iniziarono a prendermi in giro.

"Ma stai mangiando un panino tutto rosa? È li dentro, è tutto colorato di rosa...".

Quegli stupidi ovviamente non sapevano distinguere il rosso dal rosa.

Per vedere meglio cosa ci fosse dentro, mi diedero un colpo al braccio, e il panino cadde per terra. Si aprì, e la marmellata si spalmò sul pavimento. Loro iniziarono a ridere. Io rimasi fermo, immobile. Non ero in grado di reagire. Ricordo che mi salì il sangue al cervello, mi si annebbiarono gli occhi, e vedevo delle sfumature viola e verdi che mi passavano di fronte. Così acchiappai il mio compagno per il collo e lo lanciai contro la cattedra. Presi una sedia per distruggergliela addosso, ma fui bloccato dai miei compagni.
Tutti erano sotto shock. Nessuno mi aveva mia visto così, nessuno si sarebbe mai aspettato una reazione del genere da parte mia.

Scoppiai a piangere, e mi nascosi in bagno per il resto della ricreazione.

Ero in lacrime. Ero disperato. Non per il panino, non per quanto fosse successo, non per il fatto che mi stessero prendendo in giro.

Piangevo per via della marmellata.

Piangevo perché quella marmellata era andata sprecata. Piangevo perché quei due cucchiai di marmellata rappresentavano i mille sacrifici che mia madre stava facendo per me. Rappresentavano tutte le volte che mia madre si era spaccata la schiena per darmi da mangiare, per comprarmi le piccole cose che mi mancavano, per farmi sentire una persona amata.
Quella marmellata rappresentava la forza di una donna che cercava di non far mancare nulla al proprio figlio, rappresentava la vita di una ragazza che era stata abbandonata dal marito con un figlio di quasi due anni.
Quella frutta a pezzi era la storia di una giovane donna che forse aveva abbandonato i suoi sogni, che aveva rinunciato ad una qualsiasi carriera, pur di far star bene il proprio figlio anche senza l'amore di un padre.
Era la vita di una donna che insieme alle quattro sorelle, due fratelli, una madre e un padre, si erano impegnati affinché quel bambino non si sentisse solo, non si sentisse abbandonato.

Quella marmellata, rappresentava l'amore che una famiglia può darti nel momento del bisogno. Sempre!

Era il cuore di mia madre.

Da quel giorno, iniziai ad amare la marmellata.

Ora, ogni volta che la mangio, ripenso a questa vicenda, e anche se sono distante da quella fantastica famiglia, da mia madre, dalle mie zie e dai miei zii, dalle mie fantastiche cugine e cugini... non mi sento solo.

Significa tutto l'amore che mi hanno dato. Ed è questo che mi tiene caldo il cuore, in una città così fredda come Londra.

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