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domenica 28 febbraio 2016

A Letto Con Londra - Capitolo 2 - L'Inizio

Iniziai a lavorare all'età di 17 anni, o forse poco prima. Il mio primo lavoro ufficiale non era male, visto che mi aiutava a pagare le lezioni di scuola guida. Mi alzavo ogni mattina alle 6 e andavo a pulire le scale di 6 palazzi in una zona centrale di Cagliari. Erano 6 palazzi di circa 12 piani, tutti con la moquette (giusto per facilitarmi il lavoro). Alle 8.30 entravo a scuola e uscivo alle 13.30. Tornavo a casa velocemente, pranzavo e riuscivo per andare agli allenamenti di pallavolo. Dopodiché andavo alle lezioni di scuola guida. Ero molto sveglio a quell'età, e sopratutto volevo risparmiare, per cui decisi di dare l'esame privatamente e studiare la teoria da solo. Passai gli esami al primo colpo, senza errori e senza investire nessuno in mezzo alla strada. Successivamente mi comprai uno scooter, e per coprire le spese iniziai a fare il lavapiatti presso l'Hotel Setar nella zona Margine Rosso a Quartu Sant'Elena. Fu un periodo alquanto difficile anche perché andavo a scuola e spesso dormivo poco. I soldi però mi facevano comodo e mi aiutavano a non pesare così tanto su mia madre e sulle sue finanze.

Dopo 2 mesi lasciai quel lavoro, non faceva per me. Mi trovavo troppo spesso in mezzo a persone negative e senza aspirazioni nella vita, persone che spesso mi discriminavano e mi trattavano con poco rispetto. Mia madre si arrabbiò tantissimo per questa mia scelta, considerato che avevo ancora le rate dello scooter da pagare. Così trovai lavoro come porta-pizze ed ogni giorno me ne andavo in giro al gelo a consegnare pizze a chi poteva permettersele.

Nello stesso periodo ci fu il boom dei balli latino-americani e, visto che di danza e ballo un po' ne masticavo, fui notato in mezzo alla folla e selezionato per entrare a far parte di un corpo di ballo che mi avrebbe portato in giro per tutta la Sardegna. Eravamo conosciuti nel mondo del ballo come i Latin Caribe. Per 3 anni il mio ego cresceva in maniera esponenziale: ci riconoscevano in mezzo alla strada e partecipavamo a programmi televisivi in cui ballavamo e facevamo spettacolo. Ero contento di quello che facevo, ero al centro dell'attenzione e ricevevo sempre tanti complimenti. Purtroppo questo lavoro non era economicamente appagante, per cui iniziai a fare il bagnino al Lido (Poetto). La gente mi riconosceva come il 'ballerino dell'Alta Marea' (locale nel quale ci esibivamo spesso), ma poi mi trovavo a dover pulire i cessi con la scopetta o a servire e riverire i clienti ricchi e con la puzza sotto il naso. Insomma, io tutto questo lo vedevo come una tortura psicologica, passavo dall'essere trattato con rispetto all'essere schiavizzato da persone senza un cuore e senza ritegno.

Nel 2003 decisi di fare le cose per bene e cercare un lavoro serio, così iniziai a lavorare al Servizio Clienti di Sky. Nel 2005 però, grazie al mio amico Renzo, feci da vocalist per uno spettacolo Drag Queen in uno dei locali più popolari della Sardegna: il Go Fish. Quell'esperienza lanciò un personaggio che prese il nome di Duca Vanity, e successivamente evoluto in quello che oramai è più conosciuto nel web, Shiva Queen.

Detto questo, non è difficile capire perché io non abbia immediatamente trovato lavoro a Londra. Il mio ego straripava da tutte le parti e mi rifiutavo costantemente di fare qualsiasi lavoro che mi mettesse nuovamente in una posizione di inferiorità rispetto agli altri. Il mio inglese non era ottimo per cui non potevo aspirare a fare altro che non fosse il cameriere o il lavapiatti. Di certo non volevo scendere a compromessi, ma la situazione peggiorava di giorno in giorno. Il motivo era che ai miei occhi, io avevo già fatto la gavetta, avevo già fatto quei tipi di lavori e non volevo iniziare nuovamente d'accapo. Ma io e Fabiana non riuscivamo ad ottenere un lavoro, ogni giorno facevamo colloqui telefonici nei quali non capivamo assolutamente nulla di ciò che ci dicevano, per cui non riuscivamo a passare nemmeno la prima selezione telefonica. Tutto questo perché ci cimentavamo in qualcosa più grande di noi. Per fare il cameriere tutto questo non era necessario. Ma io, ostinato, non volevo farlo.

I soldi e i risparmi si riducevano, e ci trovammo per settimane a dover vivere di pane e ketchup o pasta al pesto. Vivevamo a Warren Street, in pieno centro, con un affitto mensile di 433 sterline ciascuno. I soldi che avevamo ci servivano per l'affitto, e tagliavamo tantissimo sul cibo. Spesso Francesco ci aiutava portandoci del cibo, ma ovviamente anche lui era agli inizi della sua esperienza a Londra e come studente universitario aveva le sue spese. Non potevamo di certo farci mantenere da lui.

Grazie all'aiuto di un suo amico sardo di vecchia data, Fabiana fu la prima a trovare lavoro come segretaria, anche se spesso chiamava Francesco per aiutarla con l'inglese. Era divertente vederla alle prese con situazioni nelle quali io avrei dato fuoco a tutto e a tutti pur di uscirne senza imbarazzo.

Passati più di 2 mesi a Londra, io invece ancora non avevo trovato lavoro. Per restare in quella città, mi rassegnai a scendere a compromessi col mio ego: accettai di lavorare in una Delicatessen (una sorta di salumeria/bar/ristorante) in una delle zone più ricche di Londra, Gloucester Road (ammazziamolo sto ego eh?). La paga era buona e finalmente potevamo mangiare del buon cibo italiano e sopratutto prodotti non surgelati. Nella maggior parte dei casi non capivo una mazza di quello che mi chiedevano, ma almeno imparai la differenza tra LATTE, WHITE COFFEE e BLACK COFFEE/AMERICANO. Io continuavo a bere il mio espresso che poi, per chi vive a Londra, diventerà immancabilmente un double espresso.

Dopo circa 2 mesi, la Delicatessen chiuse i battenti (non per colpa mia, sia chiaro) e mi trovai nuovamente senza lavoro. Il mio inglese era ancora a livelli bassissimi e il 70% delle volte non capivo quello che mi dicevano. Entrai nuovamente nel mio ozio psicologico, nel quale non volevo assolutamente fare il cameriere, così Francesco mi aiutò a preparare il curriculum e insieme andammo a Camden Town alla ricerca di lavoro. Era una domenica di sole (stranamente) e Camden Town come al solito era piena di turisti e di italiani che puntualmente non sanno muoversi in terra straniera. Entrammo in tanti negozi che cercavano commessi e lasciammo miliardi di CV. L'ultimo fu Dark Side, un negozio di abbigliamento gotico e dark (ci stava bene col look di Duca Vanity al Go Fish). Il titolare, un uomo orribile e viscido proveniente dalla Turchia, mi assunse all'istante.

Felice e contento iniziai il mio primo giorno in questo negozio. Lui era un uomo sulla cinquantina la cui moglie stava inchiodata alla cassa tutto il giorno. La figlia veniva in negozio una volta al giorno a dettare legge e a schiavizzarci nei modi più assurdi e inimmaginabili. Tra i 3, spesso mi veniva negata la pausa pranzo perché non avevo raggiunto il target prefissato per il mattino, o il più delle volte trovavano scuse per attaccarmi o ridicolizzarmi. Era un atteggiamento che avevano con tutti i commessi, specialmente se stranieri e alle prime armi.
Un giorno mi chiesero di sistemare le scarpe nelle vetrine e riordinarle seguendo la mia vena artistica. Ero pienamente soddisfatto del mio lavoro e anche compiaciuto visto che mi era stato dato un incarico diverso e nuovo. Appena visto il risultato, lui si catapultò verso di me attaccandomi e dicendo che non avevo alcun talento e che mai sarei riuscito nella vita perché ero una persona non intelligente e poco sveglia, che non avevo la più pallida idea di cosa significasse lavorare e che non avevo alcuna vena artistica. Scoppiai in lacrime. Lo acchiappai per il collo e non so come riuscii a difendermi in lingua inglese dicendo "I am not a kid, don't fucking scream at me". Aspettai che mi desse i soldi, inclusa la cauzione iniziale, e me ne andai. Chiamai Francesco e gli raccontai la vicenda.

Era un'altra giornata di sole, un'altra domenica. E me ne andavo felice.

Mentre tornavo a casa, mi ricordai di avere un biglietto da visita di un Talent Manager che era alla ricerca di persone particolari e con una forte personalità da assumere in una nuova area in Selfridges. Ero stato approcciato da quest'uomo proprio mentre lavoravo all'interno del negozio Dark Side, ma fu sbattuto fuori dai titolari proprio perché mi lasciò un biglietto da visita.
Lo contattai via email e feci il colloquio immediatamente. Sembrerà strano, ma ho sempre creduto al destino, o comunque ho sempre creduto che certe cose accadano per un determinato motivo. Le esperienze negative che avevo appena affrontato rappresentavano il nulla rispetto a quella che invece era la realizzazione del mio sogno: entrare in Selfridges.

Finalmente c'ero riuscito. Finalmente lavoravo in Selfridges. Il mio desiderio era diventato realtà e dopo 6 mesi finalmente le cose iniziavano ad andare bene. Mai avrei creduto di essere in grado di passare il colloquio e mai avrei pensato di essere idoneo per un posto come Selfridges. Invece ero stato scelto proprio per la mia personalità, per il mio essere diverso dalla norma e per il mio stile (tra l'altro, a quei tempi, mi vestivo veramente da schifo).

Guadagnavo circa 1.100 sterline al mese, e riuscivo a mantenermi tranquillamente. Non avevo vizi, riuscivamo a spendere poco anche quando andavamo a ballare e quando facevamo la spesa. Nel frattempo riuscii persino a cambiare casa e a spostarmi verso sud a Battersea, oltre il Tamigi. L'area era carina e sicura, anche se poi col tempo imparerò a non amare il sud e le aree limitrofe.

Tutto era bello e perfetto. Tutto sembrava essere al proprio posto.
C'era solo una cosa che non andava bene. Una cosa che mi disturbava pesantemente, costantemente, ogni giorno. Una cosa che spesso mi faceva scappare in bagno a piangere mentre lavoravo.

Una cosa dalla quale non si può scappare se si vive a Londra: gli inglesi.

Gli inglesi, con i loro modi arroganti e finti, con le loro continue false scuse e sorry, il loro dirti continuamente "that's very rude", o il trattarti da cane e da schiavo senza lasciarti possibilità di spiegare perché tu abbia preso determinate scelte o perché tu abbia agito in un certo modo. Quei modi altezzosi e classisti con i quali ti fanno sentire una bestia senza cervello, o le crocifissioni senza ritegno se anche solo ti permetti di arrivare 1 minuto in ritardo al lavoro.

E si sa, i problemi portano a pensare. Ti mettono in una posizione in cui devi riflettere e decidere come agire per risolverli. Non tutti sono forti, non tutti ce la fanno. E io non sapevo come agire. Non sapevo cosa fare per farmi scivolare il tutto e non rovinare il mio percorso.

Così, iniziai a dubitare. E ahimè, nel dubbio si prendono le peggiori decisioni.

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